mercoledì 30 gennaio 2013

Compilation degli addii


La vita da nomade, con la valigia sempre pronta a scadenza plurimensile, non significa solo precarietà nel lavoro, nella casa e nelle abitudini, ma soprattutto precarietà negli affetti e nel rapporto con gli altri.
In ogni contesto si entra in relazione con altre persone con cui si condivide un pezzo di esperienza, che in qualche modo entrano a far parte della tua vita quotidiana. Sapere di non trovarle più accanto, spesso con la certezza di non rivederle più o, comunque, non a breve, è destabilizzante se non addirittura straziante. Posso anche averci fatto il callo (no, in realtà no) a cambiare casa, coinquilini, lavoro e città, ma non sviluppo mai anticorpi a sufficienza per salutare col sorriso le persone con cui ho fatto quel pezzetto di strada. Ogni volta che parto (e finora è sempre stato un cambio definitivo, senza possibilità di tornare indietro), oltre all'incubo logistico del trasloco, ci si aggiunge quell'immancabile morsa allo stomaco, un nodo grumoso alla base della gola, labbra tremanti e un pizzicorino che sale su, fino alla base del naso, per poi farsi largo fino agli occhi. Appena prima di chiudermi la porta alle spalle arriva, puntuale, il Niagara.
Che fossero esperienze lunghe o brevi, poco importa: l'intensità non si misura in termini temporali

Ripensandoci mi sono accorta che, nella maggior parte dei casi, tendo ad associare una canzone a quei momenti particolari. Credo che questa mia tendenza a 'colonnasonorizzare' i momenti di distacco risalga alla mia adolescenza, a quella vacanza-studio estiva in Irlanda quando avevo 16 anni. Ancora oggi, dopo più di dieci anni, ricordo benissimo che quella mattina di fine luglio, a Dublino, pochi minuti prima di uscire di casa, la radio stava passando Don't Speak dei No Doubt. Mi ricordo di aver pensato che ci stesse proprio bene come soundtrack, fra la pioggia, il cielo grigio e la tristezza all'idea di tornare a casa dopo 4 magnifiche settimane, durante le quali avevo conosciuto tante persone speciali.


Da allora, di momenti chiusura-di-capitolo-esistenziale ne ho avuti parecchi. E, per la maggior parte di essi, sono in grado di mettere assieme una mia personalissima compilation degli addii.

Nonostante il mio soggiorno africano fosse durato appena un mese, andarsene da quelle colline verdi sul Lago Vittoria è stato il mio primo vero addio straziante. Non riuscivo ad accettare che non avrei più vissuto con quei pazzi scatenati travestiti da frate, che non sarei più stata una muzungu ma una bianca qualsiasi in un mondo di bianchi, che non avrei più sentito l'odore forte dell'eucalipto al risveglio, il sapore del caffè solubile tanzaniano, il dolceamaro della marmellata di limoni equatoriali. Il giorno della partenza, prima del sorgere del sole, su uno sgangerato pullman direzione Kampala, Uganda, nessuna di noi parlava. Contemplavamo l'Africa che scorreva dietro al finestrino, in direzione inversa a quella che avevamo percorso appena quattro settimane prima. E nelle nostre orecchie risuonavano le note di una vecchia canzone che ci aveva insegnato baba Valerio, Casa mia. Solo che noi il sereno nel cuore non ce l'avevamo.


L'anno successivo ho lasciato Milano e la casa degli Inganni (come chiamavamo il nostro appartamento), il primo posto, dopo casa dei miei, che potessi chiamare casa. Ed stato un vero e proprio macigno. Quattro anni di vita impacchettati, così, dalla mattina alla sera. Per ripicca verso la mia coinquilina Pa, con cui avevo rotto, avevo voluto portare via TUTTO quel che di mio aveva contribuito al ménage familiare fino ad allora. In questo modo speravo che Pa si sarebbe accorta che mancavo, non trovando più il pentolino per scaldarsi il latte al mattino o le forbici per tagliare l'etichetta dei suoi perizomi cinesi. Pensavo che il rancore fosse più forte, e mi preparavo a lasciare la casa degli Inganni a testa alta. In realtà, non appena ho abbracciato l'altra mia coinquilina, la mia gumpis, ho iniziato a tremare e sono scappata in ascensore, scoppiando in singhiozzi. Credo di aver smesso di piangere a Brescia, un centinaio di kilometri e qualche tonnellata di fazzoletti dopo.
La colonna sonora di quel momento era La guerra è finita dei Baustelle, che ancora adesso, per me, evoca l'immagine di qualche cosa che finisce, di una porta che si chiude per sempre.


Come ho già avuto modo di accennare, l'erasmus è stata un'esperienza fondamentale e indimenticabile. Allo scadere di quei nove mesi, lasciavo una vita spensierata di feste, cazzeggio e amici da ogni angolo del globo per tornare alla PCBP, studiare e laurearmi. Quella mattina, andando in stazione, mi ero persino messa a scherzare con gli amici che ci accompagnavano (il viaggio lo facevo con l'amico Bagasha, che abita a pochi kilometri dalla mia PCBP). Ma nel momento in cui le porte a vetri si sono chiuse sbattendo, lasciando gli altri sulla banchina e noi abbiamo iniziato a muoverci, la spensieratezza ostentata fino lì si è volatilizzata. Ho sentito qualche cosa rompersi dentro di me, come se quelle porte di treno si fossero chiuse a morsa dentro al mio petto, lasciandomi per un interminabile nanosecondo senza respiro. E quando sono riuscita a riprendere fiato, mi si è annebbiata la vista e le lacrime hanno iniziato a scendermi, fitte e silenziose. Per fortuna c'era l'amico Bagasha che, pragmatico, vedendomi in stato catatonico, mi si è avvicinato e, infilandomi un auricolare e sussurrandomi 'Su dai, non piangere', mi ha sparato a tutto volume l'ultima cosa che mi sarei aspettata in quel momento di lutto, La paranza di Daniele Silvestri.


Quando ho lasciato Roma, speravo di cavarmela facilmente. Con il treno alle 8 di sabato mattina, avrei chiamato il taxi alle 7 per fare le cose con calma (leggi: essere sicura che, nonostante 2 valigie da 45kg l'una, zaino da 20kg, borsa del pc ripiena e marsupio sarei riuscita ad arrivare a Termini con un margine abbastanza largo per trascinarmi al binario senza dover ricorrere alla protezione civile, e magari fare anche colazione al bar). Insomma, il piano era sgusciare via di casa mentre tutti dormivano ancora. Avrei salutato le mie coinquiline la sera prima e me sarei andata a dormire con gli occhi asciutti, immaginando di dovermi svegliare presto per andare in gita al mare, non per lasciare Roma per sempre. Invece no. Nonostante tutto giocasse a mio favore, si erano volute alzare per darmi un ultimo abbraccio e salutarmi dal balcone di casa. Il che ha, ovviamente, aperto i rubinetti.
Non oso immaginare cosa abbia pensato il tassista vedendo quella cosa rossa, scarmigliata, lacrimante e carica come un mulo trascinarsi fuori casa, con bagagli da trasferta transatlantica, mugugnare fra i singhiozzi 'Stazione Termini per favore'. Ho continuato a piangere in silenzio con la voce di Antonello Venditti che mi diceva che avrei dovuto essere come i pini di Roma, mentre in realtà mi si spezzava il cuore a chiudere l'ennesimo capitolo.









18 commenti:

  1. Carissima...leggere questo tuo post mi ha fatto rivivere ogni mio piccolo momento di cambiamento, ogni chiusura, ogni decisione amara, ogni pentimento. La nostalgia per i viaggi, per i luoghi chiamati "casa" e vissuti come tali penso sia normale, quello che è importante è dire a se stessi di non avere nessun debito e nessun rimpianto con ciò che è rimasto. Hai vissuto, questo è l'importante, è il bagaglio più leggero ma più forte e valido che puoi portare con te!
    Un abbraccio!

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    1. Hai ragionissima, cara Berry, infatti avrei dovuto concludere il post con una frase che diceva proprio come, nonostante le lacrime e gli addii, rifarei tutto, per tutte le persone e le emozioni che ogni singola esperienza ha saputo regalarmi...solo che mi sono fatta prendere dalla nostalgia e ho finito così, con la voce di Venditti nell'aria...

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  2. ma che bello questo post. emozionante davvero. mi sono rivisto tantissimo... soprattutto nell'associare colonne sonore e momenti magici dove stai per allontanarti da qualcuno e da qualcosa. quando me ne sono andato via da salamanca, dopo un erasmus di un anno, nell'orecchio avevo A WHITER SHADE OF PALE (http://www.facebook.com/media/set/?set=a.1501129221205.64160.1623425942&type=3). condivido in pieno. la cosa più straziante è lasciare volti che hanno riempito il tuo quotidiano e non sai quando e se li rivedrai... :-(

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  3. mi sono permesso di condividerlo nella mia pagina. naturalmente ho messo il riferimento al tuo blog e ho chiaramente espresso l'autore :-)

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  4. Io non sono brava con gli addii ma neanche con gli arrivederci. Finisco sempre per piangere e singhiozzare. Pensavo come te che crescendo sarei migliorata, ma niente.
    Ci dobbiamo fare il callo alle lacrime noi sentimentali. ;)

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  5. Post molto bello e molto triste! La mia teoria e' che, a furia di vedere gente partire e gente tornare e fare saluti si diventa un po' Cuoredipietra e alla fine si tengono tutte le amicizie su un livello un po' superficiale.. pero' si, la vita di Italiano all'Estero (o Italiano in Giro, a scelta) ti obbliga ad un sacco di addii che non vorresti! Ho sempre sofferto ad andarmene dai posti tranne quando ho lasciato Bruxelles, probabilmente perche' ero arrivata alla saturazione ( e la mancanza di sole mi stava uccidendo, e avevo la prospettiva di due mesi pieni di sole e vacanza piu' un futuro che mi piaceva di piu'..). Cerchiamo di diventare tutti un po' piu' insensibili, e' l'unica..

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    1. Una delle poche volte che non ho pianto è stato lasciando Varsavia. Anche io in quel caso ero satura fino alla punta dei capelli di freddo, cielo grigio e ipocriti arrivisti. Ho pianto solo salutando la mia amica Claudia, che era una delle poche cose buone che mi fossero capitate in quell'anno orrendo.
      Però è vero, starei molto meglio se riuscissi a legarmi di meno, o anche pensare che ogni volta possa essere per sempre (e che poi non lo è mai).

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  6. Vabbè senti, queste nostre vite parallele cominciano ad essere inquietanti :). Ad esempio, il mio ultimo post si intitola: valigie ammucchiate

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    1. Hahahahaha, ho visto, eeeeehhhhh almeno fra di noi ci si capisce!

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  7. Quanti cambiamenti hai fatto... Vedi? Invece la mia vita ruota da anni attorno ad una gabbia di vetro e ora che per la prima volta avrei la possibilità di spiegare le ali e volare libera sono impaurita come un uccellino in cattività con poche speranze di sopravvivere.
    Ma come dice Venditti...Come i pini di Roma la vita non li spezza.

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  8. Anche io sono quella delle colonne sonore...e leggendo il tuo post mi sono venuti in mente tanti addii, perchè poi strada facendo qualcuno si dimentica, ma poi basta una nota e si torna indietro nel tempo in un attimo.
    Le mie colonne sonore sono più legate ad amori finiti, ma anche a certi viaggi.
    "Notte prima degli esami" mi ricorda la gita del 4 superiore a Roma...
    Comunque l'addio più straziante è sempre quando saluto i miei genitori in Sardegna, perchè stanno diventando anziani e non so mai se farò in tempo a rivederli vivi e vegeti!!!

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    1. Ah Tina, non me lo dire, io quando saluto i miei negli aereoporti devo sempre ricacciare giù il groppone grumoso di lacrime pronte a esplodere...li vedo sempre più fragili e piccoli e mi sento in colpa da matti per lasciarli soli...

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  9. E quale sarebbe la colonna sonora per essere stata nominata per il Liebster Blog Award? :D :D
    http://misstuffo.wordpress.com/2013/02/04/sono-stata-nominata/

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    1. Rullo di tamburi e trionfo di trombe!!!! GRAZIEEEEEE!!!!!!!!!!!!!! :-)))))

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  10. Quanta verità in questo pop! La canzone dell'ultima partenza/ritorno, questa: https://www.youtube.com/watch?v=Av5Jb52yFBo

    Sarà anche per questo che alcune compagnie aeree ora mettono musica durante il decollo e l'atterraggio...lacrime assicurate guardando i luoghi dove hai trascorso gli ultimi mesi rimpicciolirsi al di fuori del finestrino.

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  11. Lo sapevo che avresti apprezzato...infatti mi è venuto in mente di scriverlo quando mi hai chiesto come facessi ogni volta a cambaire 'casa' ogni 9 mesi!

    P.S.: comunque è da tagliarsi le vene questa canzone, e poi dici a me che ascolto cose deprimenti come la Tizi....

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  12. Non ho potuto evitare di leggere. Di nuovo gemellate...
    La mia compilation degli addii dovrebbe durare più di una cassetta da 90... se ricordi ancora cosa sono :)

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    1. Certo, come no, le mitiche cassette da 90 che puntualmente mi si incartavano, e allora via di bic a cercare di rimetterle in sesto... :-)

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