mercoledì 12 dicembre 2012

L'AFRICA parte II, o dell'approdo nel Nuovo Mondo


Come ho già avuto modo di raccontare, quando sono partita per l'Africa, in quel lontano agosto 2005, ero in crisi nera e cercavo una non ben definita forma di illuminazione. Volevo staccare da tutti i problemi che mi ero lasciata indietro, e speravo che il viaggio in un mondo completamente diverso dal mio mi facesse magicamente guarire dal mio male di vivere.

Mettere piede in Africa è come sbarcare su un altro pianeta. Abituata al solo orizzonte 'occidentale', vieni completamente travolta. Ma andiamo per gradi. Dopo un allucinante viaggio di dodici ore, io e le mie compagne (in tutto cinque ragazze, fra i 19 e i 22 anni) siamo sbarcate all'aeroporto di Entebbe, in Uganda, dove ad accoglierci c'era quello che sarebbe stato il nostro baba, la nostra guida/papà/mentore per tutta la durata del viaggio, il mitico Valerio. Uno che, a vederlo, non ci daresti una lira bucata. Pare un vagabondo mezzo matto, abbronzato e vestito con le cose più assurde, con una borsa di pezza a tracolla che gira per mezza Africa in infradito (ricavati dai pneumatici delle gomme abbandonate) su una motocicletta degli anni Venti.
In realtà è un frate che da 30 anni vive in Africa, una delle persone più straordinarie che abbia mai incontrato, di quelle che rendono il mondo migliore e, se davvero la chiesa fosse come lui, sarebbero tutti credenti.
Dopo aver passato la notte a Kampal, mezzo insonne per l'agitazione e l'emozione di essere finalmente in Africa, al mattino seguente di buon ora ci siamo imbarcati su un dala-dala, un pullmino, che ci avrebbe portate verso la nostra destinazione finale, Bukoba, una cittadina affacciata sul lago Vittoria in Tanzania. Tralascio i dettagli del viaggio allucinante: dieci ore sulle 'non proprio asfaltate' strade africane, ballonzolando a ogni buca (cioè sempre), caldo, stanchezza e tre cambi di mezzi, l'ultimo dei quali un mini-van da dieci posti in cui saremmo stati almeno in 30 (più la capra legata sul tetto).


[Per darvi un'idea, vedi reperto fotografico qui a fianco: io sono quella cosa in azzurro incastrata sotto l'ascella del signore in camicia rosa.]

Alla fine dell'odissea, dopo aver passato il Nilo e l'Equatore, siamo arrivate alla Missione che ci avrebbe ospitate per buona parte del nostro soggiorno africano. In realtà si trattava di un paio di edifici molto semplici, in calce e col tetto di lamiera dietro alla chiesa, ad un paio di kilometri dal centro di Bukoba, in mezzo alla 'campagna' africana. Dopo il caos e lo stordimento del viaggio, ubriache di Africa ad appena 24 ore dal nostro arrivo, ci sembrava di essere approdate nel Giardino dell'Eden.

Dal mio diario africano, data 30 luglio 2005:
Finalmente!! Qui è stupendo, la missione è meravigliosa, ho mangiato passiflora, avocado e papaya direttamente dall'albero, che meraviglia, che sapore, anche la marmellata di limoni e il caffè solubile fatto da loro (NB, il cibo ha sempre un'importanza fondamentale nelle mie esperienze di vita), per strada banane cotte buonissime, altro che in Europa, i bambini ce le vendevano nei villaggi quando passavamo in pullman, ogni sosta circondate da gente!! Tutti ci guardavano un po'strano, che storie essere noi così diverse! E poi il panorama, la terra rossissima, alberi verdi verdi, banani, plame, papiri a non finire, fiori viola, rossi e gialli accesi, l'odore della pelle dei neri così intenso e penetrante, i colori vivaci dei vistosi abiti femminili, bellissimi bambini cioccolato. Tutto è emozionante, tutto è così strano, bello, non mi rendo conto di essere dall'altra parte del mondo, è come se stessi vivendo in un documentario, la savana, la foresta, la gente...tutti che si affrettano in giro, il suono dello swahili che stordisce, i colori, i sorrisi, gli sguardi, un'altra realtà, un mondo che sai che esiste solo perchè te l'hanno detto, ma che non ci credi davvero finchè non lo vivi da dentro. [...] e poi vedere la valle, il lago, il verde, il cielo sconfinato, è strano, è l'Africa, ma non è in una scatola TV, è qui, davanti a me, intorno a me, forse è già un po'dentro di me...il suono dei bonghi si diffonde nell'aria, ed è come vivere in una cartolina, ma stavolta è tutto vero...anche i gechi sul muro!

Oltre al mitico baba Valerio, alla Missione c'era un altro frate, Giuseppe, che lavorava quattro giorni a settimana come fisioterapista in un ospedale a una ventina di kilometri di distanza (un'oretta di moto, viste le strade africane e la qualità della moto). Il quinto giorno faceva ambulatorio presso la Missione ed il sabato andava a trovare dei bambini disabili che vivevano in una specie di casa-accoglienza poco lontanto. Pure Giuseppe era una vera forza della natura, mai avremmo detto che si trattasse di un frate: non tanto per le infradito, le magliette rosa shocking ed i pantaloncini hawaiani a fiori, quanto perchè parlava sempre in modo estremamente caustico (quando non apertamente critico) della chiesa, del papa, della gerarchia, dei dogmi e di tutti quanti.

La prima settimana trascorse in modo idilliaco.
Per iniziare a renderci utili, ci eravamo proposte di imbiancare le pareti ormai scrostate della Missione. Oltre al bianco, ci avevamo messo del nostro, riempiendo i bagni di fiorellini gialli e citazioni poetiche. Baba Valerio ci aveva portate un po' in giro nei dintorni, per farci conoscere alle famiglie della comunità. Giuseppe ci aveva portate in visita dai suoi bambini disabili ed un giorno eravamo perfino andate a trovarlo in ospedale. Nel tempo libero giocavamo con i bambini, suonavamo la chitarra, chiacchieravamo (due delle mie quattro compagne di viaggio erano le mie migliori amiche dell'epoca: una lo è ancora, con l'altra non ci parliamo più, ma questa è un'altra storia), andavamo 'in gita' in città con la scusa dell'internet point (in realtà il vero motivo era andare in moto coi frati, o raccattare passaggi sui furgoni aperti degli operai) o, semplicemente, ci fermavamo a pensare guardando le colline che diradavano verso il lago, aspirando a pieni polmoni il profumo dell'eucalipto. Le serate le passavamo a parlare, cantare, fumare sigarette al mentolo (a cui ci avevano introdotte i frati, NB) e guardare le stelle, che da sotto l'Equatore sono tutta una cosa nuova.

Dopo soli 7 giorni di Africa, mi sembrava di essere sempre stata in pace col mondo.
Mi ritrovavo a pensare con tenerezza ed un pizzico di nostalgia agli amici rimasti a casa. Avevo voglia di ritornare dalle mie coinquiline-sorelle lasciate a Milano, e raccontare cosa avevo vissuto. Iniziavo perfino a prendere le distanze dal mio tragico sogno d'amore infranto e a farmene una ragione.Anche vedere i malati all'ospedale ed i bambini disabili non mi dava angoscia, non mi scatenava ribellione o senso di ingiustizia: tutto faceva parte di un grande ordine cosmico, dove ognuno ha un suo posto e una sua funzione. A differenza di alcune mie compagne di viaggio, non mi tormentavo col problema del male nel mondo o dell'esistenza o meno di Dio: le cose erano così, punto. Che senso aveva logorarsi in cerca di una risposta che nessuno poteva darci?

Stavo bene, mi sentivo forte e sicura di me come non lo ero mai stata. Ero curiosa di sapere come sarebbe proseguita l'avventura africana, ed eccitata al pensiero che avremmo trascorso la seconda settimana vivendo in un villaggio di pescatori sul lago. Il bello doveve ancora venire.



To be continued....



5 commenti:

  1. Non vedo davvero l'ora di leggere il resto!!

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  2. Grazie, davvero grazie per aver condiviso questa esperienza.

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  3. Grazie a voi per interessarvi alla mia avventura africana! Anche se sono passati 7 anni e mezzo, vi assicuro che i ricordi, gli odori, i colori e le sensazioni sono ancora vivissime...

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  4. Ciao! Grazie di aver visitato il mio blog e avermi dato l'opportunità di conoscere il tuo.
    E' veramente interessante!

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  5. E poi?? E poi viene la parte III o il bello non ce lo dici? ;)

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