mercoledì 14 novembre 2012

ERASMUS, apologia del


Ultimamente non si fa che parlare di Erasmus (in realtà, Erasmo da Rotterdam fa solo da prestanome, anche perchè il vero nome di Erasmus è EuRopean Community Action Scheme for the Mobility of University Students. Io poi, che di filosofia sono sempre stata ignoranterrima, sto Erasmo non so nemmeno chi fosse. Ma mi sta simpatico).
Proprio quest'anno che il progetto compie 25 anni, non si sa se avrà ancora lunga vita causa crisi. Vabbè, anche Erasmus si deve adattare, noi altri non sappiamo nemmeno dove-come-quando-cosa faremo/saremo da qui a un mese, anche lui, che si adegui ai tempi, eccheccavolo!
Però, peccato.
Se c'è un periodo della mia vita che ricorderò sempre con struggente nostalgia, come una specie di età dell'oro, l'Arcadia della mia giovinezza, sono i mesi passati in Erasmus.
L'Erasmus, chi non lo ha fatto, non può capire del tutto che cosa sia. Ma chi c'è stato, lo riconosci subito a naso. E quando gli/le nomini la parolina magica, Erasmus, gli occhi gli/le vengono attraversati da un inconfondibile luccichio.
Però vorrei sfatare un paio di miti:

a) l'Erasmus non sono sempre tutte rose e fiori
b) non è (del tutto) vero che si cazzeggia e basta.

Io in Erasmus sono stata in Francia: non nella scintillante Parigi, nè nella deliziosa Strasburgo o nella calorosa Nizza. Sono stata a Grenoble, una città piccola, brutta, sporchina, incuneata fra le montagne, senza particolari attrazioni se non la vicinanza alle piste da sci delle Deux Alpes. Tutte cose che avevo già anche in Italia, grazie.
Quando sono sbarcata a Grenoble, non sapevo dire una parola in croce in francese, se non 'Sono italiana e non parlo francese'. Voilà tous.
Non partivo assieme a nessuno che conoscessi, e la mia dimora per tutti quei 9 lunghi mesi è stata un bugigattolo in residenza universitaria, grande 5 metri quadri, bagno incluso, che doveva contenere libri, cibo, pentole e padellame per cucinare (ogni piano aveva una cucina comune, dove però non era possibile conservare nulla), vestiti, valige, foto ricordo, un letto e, en passant, anche me.
Quando la mia ex coinquilina è venuta a trovarmi, è rimasta shockata da come riuscissi a farci stare tutto (noi che a Milano condividevamo un appartamento da 100 mq). In inverno ci tenevo anche l'attrezzatura da sci. Completa.
Insomma, all'inizio è stata parecchio dura destreggiarsi, con la burocrazia universitaria e dell'alloggio. Soprattutto non parlando una virgola della lingua locale, ed essendo in un Paese dove la conoscenza di altre lingue al di fuori del francese non è nemmeno contemplata. Poi però mi sono iscritta a un corso super-intensivo di francese (organizzato dall'università e totalmente gratuito) e, nel giro di un paio di mesi, riuscivo a comunicare. A fine anno ero passata da un livello 0 assoluto di francese ad un C2.
Superato l'iniziale smarrimento, nel giro di poche settimane ho conosciuto un sacco di gente (anche italiani, ovviamente. Ma non è mica peccato mortale fare amicizia coi connazionali!), da tutta Europa e oltre. Per tutto il primo semestre avevo una 'cooking family' con cui mi ritrovavo per cenare e cucinare assieme a turno, 6 giorni su 7. Eravamo io, due ragazze inglesi e tre ragazzi tedeschi: era bellissimo, e mi faceva sentire di meno la mancanza delle mie (ex) super coinquiline e dei miei amici lontani. Nello studentato vivevano centinaia di studenti, francesi, europei e non. Il mio gruppo di amici comprendeva tedeschi, inglesi, americani, canadesi, messicani, giapponesi e un dolcissimo ragazzo cinese, che cucinava piatti deliziosi con i bastoncini e rimaneva sempre incantato a sentirci parlare di noi e dei nostri Paesi europei.

Le feste, lo ammetto, non mancavano. Dopo la prima settimana, passata praticamente in stato di ebrezza comatosa 24h/24, ho realizzato che io e il mio fegato non avremmo mai retto 9 mesi così. Allora ho limitato le uscite a 6 giorni su 7, tenendomi la domenica per totale relax e disintossicazione.
E' vero, in Erasmus si esce tanto (soprattutto in una città piccola come Grenoble, dove uscire non costa un rene e si organizzano sempre tantissime feste 'casalinghe', sul campus o in appartamento). Ma abbiamo anche fatto gli esami, e studiato per i medesimi. Io poi, siccome la mia università era 'un po'rigida' sui piani di studio e non mi permetteva di fare tutti gli esami all'estero, ho dovuto preparare anche quelli 'normali' da non frequantante, così in novembre, dicembre e primavera sono tornata a darli alla mia università a Milano. 

Non sono mancati i momenti di sconforto e nostalgia, per quella vita 'normale' e tranquilla che avevo lasciato in Italia, per gli amici che lì c'erano sempre e comunque, per quel calore familiare che c'era tornando in una vera casa, con delle coinquiline/sorelle, e non in un bugigattolo da 5mq. Io poi l'Erasmus l'ho fatto all'ultimo anno di università, per cui sapevo che, al ritorno, non avrei ripreso la mia spensierata vita universitaria, ma avrei dovuto sbattermi per finire tutto al più presto ed ottenere quel maledetto pezzo di carta che chiamano laurea, e diventare grande.

L'Erasmus te lo porti dentro tutta la vita. Lo ricordo come se fosse ieri: quando si sono chiuse le porte a vetri del treno che mi riportava per sempre in Italia, è come se mi si fosse spezzato qualcosa nel petto. Per un attimo mi è mancato il respiro, poi hanno iniziato a scendermi silenziose le lacrime.

L'Erasmus è stato un'importantissima scuola, di vita e di mondo. Conoscendo gli altri, impari a conoscere te stesso. Pur con i suoi alti e bassi, le delusioni e le ammaccature, lo rifarei domani. Ed è un vero peccato se adesso non ci saranno più i soldi per permettere ad altri studenti di farlo.

8 commenti:

  1. Bello questo post sull'erasmus, anche perché mi porta inevitabilmente a pensare al mio.
    Cosa mi ha insegnato? Sembrerà poco, ma mi ha fatto aprire verso il mondo e mi condiziona nella ponderazione di ogni scelta. Prima o poi dovrò scriverne anche io :-P

    Ciao!

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    1. Grazie Ernesto! :-)
      L'erasmus secondo è una tappa di crescita fondamentale, ovunque lo si faccia. Speriamo che si salvi!!

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  2. Bellissimo questo post! Io che non ho mai avuto il coraggio di fare l'Erasmus di fronte a certe testimonianze mi sento "piccola e nera"...complimenti!

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  3. mi è venuta la pelle d'oca... che tristezza quando dici Io poi l'Erasmus l'ho fatto all'ultimo anno di università, per cui sapevo che, al ritorno, non avrei ripreso la mia spensierata vita universitaria, ma avrei dovuto sbattermi per finire tutto al più presto ed ottenere quel maledetto pezzo di carta che chiamano laurea, e diventare grande. mi ci rivedo tantissimo... :( complimenti... leggere questo post mi ha fatto rivivere una emozione

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  4. Io mi mangio i gomiti per non essere partita!!
    Carino il blog.

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    1. Io sono partita in corner, all'ultimo minuto possibile e dopo essere stata rifiutata una prima volta, e non ringrazierò mai abbastanza di esserci riuscita.
      Grazie per essere passata, Mandorlamara! :-)

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  5. leggendo queste righe mi sono riaffiorati alla memoria i miei giorni a Malaga...anche io ho fatto l'erasmus poco prima della laurea...sono stati i giorni più belli ed indimenticabili della mia vita...custodirò questa esperienza nel mio cuore...

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  6. Io dovevo fare richiesta quest'anno, ma ho fatto un disastro con gli esami e non mi prenderebbero mai con la media imbarazzante che mi ritrovo. Ergo, mi rimbocco le maniche e tento di far bene quest'anno per poi fare domanda e sperare in bene... Non nascondo un po' di timore, perché non ho nemmeno mai vissuto solo in appartamento (con coinquilini), in quanto ho l'università vicino casa e disponibilità economiche non eccezionali per prendermi un appartamento lontano in qualche città. E quindi ecco, sarebbe un'esperienza veramente forte, un bel salto per me. Ciononostante, mi piacerebbe, tanto. Spesso mi sento stretto, mi sento soffocare rimanendo sempre nel posto in cui sono da una vita... Ma ora basta pippe mentali, studia Cervello!!!

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