sabato 29 dicembre 2012

ANNO NUOVO...VITA NUOVA?!


Da anni ormai, allo scattare del nuovo anno, ho l'abitudine di compilare una lista di buoni propositi per i prossimi 12 mesi. Si tratta di un mix di cose più o meno concrete, che vanno dall'immancabile 'riprendere a guidare' ad 'avere più facciatosta nelle occasioni XY o con la persona YZ'. Prima controllo la lista dell'anno precedente, per vedere cosa ho realizzato e cosa no, e in caso re-inserisco lo stesso proposito per l'anno a venire.
Inutile dire che il 90% dei propositi viene puntualmente riscritto, leggermente modificato nella forma ma identico nel contenuto.
Quest'anno però mi sono detta che è inutile avere foglietti carini sprizzanti positività e buone intenzioni se, puntualmente, a partire dal 2 gennaio tali foglietti finiscono in fondo ad un cassetto per i seguenti 365 giorni e chi s'è visto s'è visto. Tanto, basta riscriverli l'anno dopo spostando le virgole. 
Stavolta NO. 
Alla fine di quest'anno, così particolare per me, non voglio più fare la lista della spesa dimenticata, basta prendermi in giro e sentirmi a posto con la coscienza solo per aver scritto quattro minchiate su un foglio.
Il mio unico proposito per il 2013 sarà di non lamentarmi più. Basta piangermi addosso, basta pensare di essere da meno perchè quell'altro ha qualche cosa di più, basta cercare scuse per autogiustificarmi, basta.
Una delle cose che ho messo meglio a fuoco durante questi mesi di stallo, di ritorno alla piccola città, è di quanto sia spiacevole essere circondati da persone che si lamentano sempre. Perchè, alla fin fine, tutti ci lamentiamo per qualche cosa, così come ci sarà sempre qualcuno che ci invidia qualche cosa che noi abbiamo e lui no.

Ho iniziato a pensarci su da quando me l'ha fatto notare la mia saggia amica Esse, quest'estate, mentre le raccontavo della mia conoscente Bur. Bur mi ha sempre dato sui nervi perchè si lamenta di cose che, personalmente, farei carte false per avere: un lavoro impegnativo ma appagante e ben retribuito, in linea con i suoi studi; viaggi frequenti; mille flirts; tanti amici e vita sociale attivissima; vacanze avventurose in località esotiche. Non sono mai riuscita a capire come Bur potesse essere così sfacciatamente insoddisfatta della sua vita, ai miei occhi piena ed appagante. Allora la saggia Esse mi ha fatto capire che, forse, tutte quelle cose che a me sembravano fondamentali, per Bur non avevano lo stesso valore che gli attiribuivo io.
E' sempre questione di prospettive.

Sono sicura che la stessa cosa vale per me. Io, che da mesi mi lamento e imbruttisco per essere disoccupata, per aver messo in stand-by la mia vita eccetera. Ma, sotto tanti punti di vista, sono una privilegiata: sono in perfetta salute così come i miei famigliari; grazie ai miei genitori ho un tetto sotto cui stare e una casa che mi accoglie ancora; ho degli amici, pochi ma buoni, che mi vogliono bene. Sicuramente qualcuno penserà che, anzi, sono una str**za ingrata per continuare a menarla in questo modo: io che ho ed ho sempre avuto questo e quello, fatto quest'altro, viaggiato, vissuto, conosciuto, sperimentato.

Ecco quindi che il mio proposito per il 2013 è di non lamentarmi più, ma di saper riconoscere con maggiore onestà quanto di buono ho fatto e posso ancora fare. E cercare almeno un lato positivo in quello che mi succede. Lungi da me il voler diventare una novella Pollyanna (mi ha sempre fatto prudere le mani) ma, come mi sono resa conto che le persone lamentevoli e catastrofiche non sono una compagnia piacevole, e alla lunga finiscono per rimanere isolate, così voglio impegnarmi per non diventare quel tipo di persona.Lungi da me buonismi stucchevoli e melensi, ma da questa mia condizione precaria qualche cosa di buono ne è venuta fuori:

ho ridato un nuovo valore ai legami familiari e alle amicizie.

Ho ridimensionato i rapporti con le persone: chi c'è fisicamente  e lo vedi ogni settimana non è detto che sia più presente di chi invece è a kilometri di distanza e non vedi per mesi.

Ho ritrovato la voglia di scrivere ed ho provato soddisfazione e orgoglio vedendo persone sconosciute apprezzare i miei articoli e condividerli su Facebook.

Non ho passato un concorso, ma grazie a lui  ho riscoperto l'amore e la ricchezza della cultura letteraria, cinematografica e storico-artistica italiana.

Ho realizzato il sogno a lungo sopito di fare teatro.

Ho imparato ad impastare il pane.

Sulle note finali del 2012 che se ne va, quello che mi sento di augurare, in primis a me stessa, è di non avere la presunzione di credere di essere arrivati, mai, ma di andare avanti e migliorarsi sempre, passo dopo passo, giorno dopo giorno. Apprezzare quello che si ha, molto o poco che sia. Non giudicare gli altri secondo i nostri parametri, ma essere sempre e comunque orgogliosi di ciò che si è e di come lo si è diventati.

Ti aspetto, 2013. Fatti sotto.

sabato 22 dicembre 2012

C'ERA UNA VOLTA MA ORA NON C'E' PIU', o di come sia stata fregata da cartoni, principesse e affini



Nonostantemi ogni volta mi ri-proponga di rimanere coi piedi per terra, nonostante peperoncini, scongiuri e riti scaramantici, le dis-illusioni arrivano, puntuali, immancabilmente.
Il problema è che mi faccio sempre troppi film a lieto fine.
Nonostante sia ormai cresciutella e sappia benissimo che la vita non è tutta rose e fiori, in fondo in fondo in fondo, inconfessabilmente, ci spero sempre, che sia arrivato il momento della svolta, del riscatto, dell'happy ending. 

Sono stata fregata dalle favole.

Fin dalla più tenera infanzia, sono venuta su a pane e cartoni animati. Vedere i cartoni non era solo un passatempo, ma un'immedesimazione totale, una fuga in un mondo parallelo. Se ormai i tempi erano un po'troppo moderni per diventare una novella Lady Oscar (mio indiscusso mito), da bambina sognavo poteri magici che mi avrebbero trasformata come Creamy, di essere una principessa guerriera stile Sailor Moon, una strega come Ransie o la magica Emy. I personaggi maschili poi erano i miei 'uomini ideali': all'asilo ero follemente innamorata di D'Artagnan, alle elementari mi barcamenavo fra Terence e Syrio il Dragone (non mi piacciono i capelloni scuri, no no). Nei pomeriggi in cortile con le mie amichette imitavamo sempre i nostri personaggi preferiti: se giocavamo a pallavolo eravamo Mila, Nami e Kaori, se cantavamo eravamo Jem e le Hologram (mamma mea, rivedendolo adesso è davvero trashissimo), con legnetti e nastri diventavamo Hillary la ginnasta. Anche i valori di spirito di sacrifico e abnegazione totale ad ideali superiori (chi non ricorda le catene ai polsi di Mimì Ayuara, Julian Ross che stramazza al suolo, Maya che si prende un accidente, Mark Lenders, ?!), che i cartoni giapponesi di quegli anni esaltavano fino all'inverosimile, ci parevano normali ed accettabili in vista del fine supremo (quella però l'ho capita da subito, che non ne valeva la pena di sfracellarsi a terra per vincere il torneo di pallavolo della scuola. Infatti la mia squadra arrivò penultima, ma con le ginocchia intere). Insomma, se non mi fosse caduta la bacchetta magica dal cielo (cosa che, peraltro, speravo sempre), credevo che, impegnandomi (e spaccandomi i polsi), sarei comunque riuscita nei miei obiettivi (quali che fossero, i miei obiettivi, a 8 anni ancora non lo sapevo, ma vabbè, questi sono dettagli).

Anche le principesse Disney ci hanno messo pesantemente del loro a incentivare la mia fantasia malata. Da piccola ero fermamente convinta che, al compimento del 16° anno di età, sarei automaticamente diventata bellissima ed avrei trovato il principe azzurro. Anzitutto, agli sceneggiatori della Disney dovrebbero fargli causa migliaia di adolescenti, perchè è notorio che nessuna sedicenne normale ha la pelle di pesca di Biancaneve, il vitino da vespa di Ariel, le tettone di Belle, i capelli perfetti di Aurora e i labbroni di Pocahontas. Ai miei tempi, il 95% delle adolescenti (le eccezioni ahimè ci sono sempre, ma io non ci rientro mai) avevai i capelli crespi, brufoli, sopracciglia a gabbiano, era piatta come una tavola e quelle sopra la terza sicuramente non avevano il vitino di Ariel, ma il girovita di Ursula in versione strega del mare.
La mia preferita  fra queste diaboliche creature era, manco a dirlo, Aurora, la Bella Addormentata. E già il nome la dice tutta: una che fa la figa e dorme. Davvero un bell'esempio. Nasce ricca e unica erede, al battesimo invece dei soliti (orribili) ciodoletti d'oro le regalano fascino e figaggine, cazzeggia indisturbata fino ai 16 anni poi, dalla mattina alla sera, trova l'uomo perfetto (bello, ricco, giovane e che va bene alla famiglia) dietro l'angolo. Mentre lei dorme della grossa, gli altri si sbattono per salvare il mondo e, solo quando ormai è tutto sistemato, viene comodamente svegliata dal principe (e non da sua madre che, alle 6.45 del mattino, le urla 'Sono le setteemezzaseinritardo!') e vive per sempre felice e contenta.
Mavaffanc**o.

Insomma, la mia fervida mente infantile si è sempre nutrita di storie a lieto fine. Le mie eroine dei cartoni giapponesi (quelle 'normali', ai poteri magici dopo un po'ci sono arrivata, che non li avrei avuti), dopo infinite peripezie riuscivano sempre nei loro intenti, che fosse andare alle Olimpiadi o sposare Mirko dei Bee-Hive. Con l'impegno (o con una gran botta di c**o), finiva sempre tutto bene.
Ma nella vita non va così, non finisce sempre tutto bene. Anzi, quasi mai. E anche se ti impegni e ti fai (metaforicamente) sanguinare i polsi, è più facile che sbuchi qualcuno all'improvviso e ti freghi il posto, piuttosto che tu vinca l'Olimpiade. E rimani come prima, con in più lo scoraggiamento per l'ennesimo buco nell'acqua e i segni delle catene ai polsi, inutilmente.
Per non parlare delle favole, dove chi principessa non nasceva, lo diventava sposando il principe azzurro. Così cresci pensando che i principi azzurri si trovino al mercato (ma soprattutto che esistano!!), che a 16 anni diventerai comunque bellissima e ammirata, che con un minimo sbattimento (a volte manco quello, basta che vai a dormire) ti sistemerai coi fiocchi per il resto della tua vita.

Ma che poi, qualcuno ha mai visto una Principessa che cerca lavoro?? 


mercoledì 12 dicembre 2012

L'AFRICA parte II, o dell'approdo nel Nuovo Mondo


Come ho già avuto modo di raccontare, quando sono partita per l'Africa, in quel lontano agosto 2005, ero in crisi nera e cercavo una non ben definita forma di illuminazione. Volevo staccare da tutti i problemi che mi ero lasciata indietro, e speravo che il viaggio in un mondo completamente diverso dal mio mi facesse magicamente guarire dal mio male di vivere.

Mettere piede in Africa è come sbarcare su un altro pianeta. Abituata al solo orizzonte 'occidentale', vieni completamente travolta. Ma andiamo per gradi. Dopo un allucinante viaggio di dodici ore, io e le mie compagne (in tutto cinque ragazze, fra i 19 e i 22 anni) siamo sbarcate all'aeroporto di Entebbe, in Uganda, dove ad accoglierci c'era quello che sarebbe stato il nostro baba, la nostra guida/papà/mentore per tutta la durata del viaggio, il mitico Valerio. Uno che, a vederlo, non ci daresti una lira bucata. Pare un vagabondo mezzo matto, abbronzato e vestito con le cose più assurde, con una borsa di pezza a tracolla che gira per mezza Africa in infradito (ricavati dai pneumatici delle gomme abbandonate) su una motocicletta degli anni Venti.
In realtà è un frate che da 30 anni vive in Africa, una delle persone più straordinarie che abbia mai incontrato, di quelle che rendono il mondo migliore e, se davvero la chiesa fosse come lui, sarebbero tutti credenti.
Dopo aver passato la notte a Kampal, mezzo insonne per l'agitazione e l'emozione di essere finalmente in Africa, al mattino seguente di buon ora ci siamo imbarcati su un dala-dala, un pullmino, che ci avrebbe portate verso la nostra destinazione finale, Bukoba, una cittadina affacciata sul lago Vittoria in Tanzania. Tralascio i dettagli del viaggio allucinante: dieci ore sulle 'non proprio asfaltate' strade africane, ballonzolando a ogni buca (cioè sempre), caldo, stanchezza e tre cambi di mezzi, l'ultimo dei quali un mini-van da dieci posti in cui saremmo stati almeno in 30 (più la capra legata sul tetto).


[Per darvi un'idea, vedi reperto fotografico qui a fianco: io sono quella cosa in azzurro incastrata sotto l'ascella del signore in camicia rosa.]

Alla fine dell'odissea, dopo aver passato il Nilo e l'Equatore, siamo arrivate alla Missione che ci avrebbe ospitate per buona parte del nostro soggiorno africano. In realtà si trattava di un paio di edifici molto semplici, in calce e col tetto di lamiera dietro alla chiesa, ad un paio di kilometri dal centro di Bukoba, in mezzo alla 'campagna' africana. Dopo il caos e lo stordimento del viaggio, ubriache di Africa ad appena 24 ore dal nostro arrivo, ci sembrava di essere approdate nel Giardino dell'Eden.

Dal mio diario africano, data 30 luglio 2005:
Finalmente!! Qui è stupendo, la missione è meravigliosa, ho mangiato passiflora, avocado e papaya direttamente dall'albero, che meraviglia, che sapore, anche la marmellata di limoni e il caffè solubile fatto da loro (NB, il cibo ha sempre un'importanza fondamentale nelle mie esperienze di vita), per strada banane cotte buonissime, altro che in Europa, i bambini ce le vendevano nei villaggi quando passavamo in pullman, ogni sosta circondate da gente!! Tutti ci guardavano un po'strano, che storie essere noi così diverse! E poi il panorama, la terra rossissima, alberi verdi verdi, banani, plame, papiri a non finire, fiori viola, rossi e gialli accesi, l'odore della pelle dei neri così intenso e penetrante, i colori vivaci dei vistosi abiti femminili, bellissimi bambini cioccolato. Tutto è emozionante, tutto è così strano, bello, non mi rendo conto di essere dall'altra parte del mondo, è come se stessi vivendo in un documentario, la savana, la foresta, la gente...tutti che si affrettano in giro, il suono dello swahili che stordisce, i colori, i sorrisi, gli sguardi, un'altra realtà, un mondo che sai che esiste solo perchè te l'hanno detto, ma che non ci credi davvero finchè non lo vivi da dentro. [...] e poi vedere la valle, il lago, il verde, il cielo sconfinato, è strano, è l'Africa, ma non è in una scatola TV, è qui, davanti a me, intorno a me, forse è già un po'dentro di me...il suono dei bonghi si diffonde nell'aria, ed è come vivere in una cartolina, ma stavolta è tutto vero...anche i gechi sul muro!

Oltre al mitico baba Valerio, alla Missione c'era un altro frate, Giuseppe, che lavorava quattro giorni a settimana come fisioterapista in un ospedale a una ventina di kilometri di distanza (un'oretta di moto, viste le strade africane e la qualità della moto). Il quinto giorno faceva ambulatorio presso la Missione ed il sabato andava a trovare dei bambini disabili che vivevano in una specie di casa-accoglienza poco lontanto. Pure Giuseppe era una vera forza della natura, mai avremmo detto che si trattasse di un frate: non tanto per le infradito, le magliette rosa shocking ed i pantaloncini hawaiani a fiori, quanto perchè parlava sempre in modo estremamente caustico (quando non apertamente critico) della chiesa, del papa, della gerarchia, dei dogmi e di tutti quanti.

La prima settimana trascorse in modo idilliaco.
Per iniziare a renderci utili, ci eravamo proposte di imbiancare le pareti ormai scrostate della Missione. Oltre al bianco, ci avevamo messo del nostro, riempiendo i bagni di fiorellini gialli e citazioni poetiche. Baba Valerio ci aveva portate un po' in giro nei dintorni, per farci conoscere alle famiglie della comunità. Giuseppe ci aveva portate in visita dai suoi bambini disabili ed un giorno eravamo perfino andate a trovarlo in ospedale. Nel tempo libero giocavamo con i bambini, suonavamo la chitarra, chiacchieravamo (due delle mie quattro compagne di viaggio erano le mie migliori amiche dell'epoca: una lo è ancora, con l'altra non ci parliamo più, ma questa è un'altra storia), andavamo 'in gita' in città con la scusa dell'internet point (in realtà il vero motivo era andare in moto coi frati, o raccattare passaggi sui furgoni aperti degli operai) o, semplicemente, ci fermavamo a pensare guardando le colline che diradavano verso il lago, aspirando a pieni polmoni il profumo dell'eucalipto. Le serate le passavamo a parlare, cantare, fumare sigarette al mentolo (a cui ci avevano introdotte i frati, NB) e guardare le stelle, che da sotto l'Equatore sono tutta una cosa nuova.

Dopo soli 7 giorni di Africa, mi sembrava di essere sempre stata in pace col mondo.
Mi ritrovavo a pensare con tenerezza ed un pizzico di nostalgia agli amici rimasti a casa. Avevo voglia di ritornare dalle mie coinquiline-sorelle lasciate a Milano, e raccontare cosa avevo vissuto. Iniziavo perfino a prendere le distanze dal mio tragico sogno d'amore infranto e a farmene una ragione.Anche vedere i malati all'ospedale ed i bambini disabili non mi dava angoscia, non mi scatenava ribellione o senso di ingiustizia: tutto faceva parte di un grande ordine cosmico, dove ognuno ha un suo posto e una sua funzione. A differenza di alcune mie compagne di viaggio, non mi tormentavo col problema del male nel mondo o dell'esistenza o meno di Dio: le cose erano così, punto. Che senso aveva logorarsi in cerca di una risposta che nessuno poteva darci?

Stavo bene, mi sentivo forte e sicura di me come non lo ero mai stata. Ero curiosa di sapere come sarebbe proseguita l'avventura africana, ed eccitata al pensiero che avremmo trascorso la seconda settimana vivendo in un villaggio di pescatori sul lago. Il bello doveve ancora venire.



To be continued....



lunedì 3 dicembre 2012

GODOT, o di attese, riti scaramantici e appigli all'inappigliabile



Da mesi aspetto questo cavolo di Godot, la cui identità, al contrario che nella piéce teatrale, per me non è affatto arcana, anzi è chiarissima: Godot è un lavoro.
Uno straccio di qualcosa, purchè mi tolga da questa condizione di immobilità forzata e forzosa.
Dato che non si decide a passare, questo cavolo di Godot, ho iniziato a pensare di essere io il problema, di non incoraggiarlo abbastanza a manifestarsi. Quindi, ormai sull'orlo della disperazione, ho iniziato a praticare riti scaramantici degni dell'Inquisizione spagnola, che in certi anni bui il rogo non me lo avrebbe tolto manco una bolla papale.

Siccome finora mi è sempre andata buca, ho deciso di non dire più a nessuno (ma proprio nessuno) se ho un colloquio, ma apro un rigorosissimo silenzio stampa. Cosa per altro assai difficile, perchè non posso dire ai miei che 'esco a comprare le sigarette' (io che manco fumo) per poi andare a Bruxelles, così come all'amica che mi ospita in Belgio non posso dire 'sai, passavo di qui per caso, posso fermarmi un paio di giorni?'. Sono comunque costretta a dare delle seppur minime spiegazioni a seppur poche persone. E infatti, ho appena fallito l'ennesimo colloquio. Colpa dell'infrazione del silenzio stampa, di sicuro.

Ho provato anche con le privazioni scaramantiche, meglio conosciute come fioretti: ahimè, anni di (seppur imposta in un'età dove non si ha piena capacità di intendere e di volere) catechesi e frequentazioni parrocchiali infantili hanno pur sempre lasciato qualche segno. Così, all'ennesima promessa di essere ricontattata a breve dopo l'ennesimo colloquio telefonico conoscitivo, mi sono auto-privata del cioccolato (ma vi rendete conto fin dove sono caduta in basso??) per ben 2, dico due settimane, nella speranza che questo mio immane sacrificio sarebbe stato ricompensato dalla fatidica chiamata. Alla fine me l'hanno malamente messo in quel posto mi hanno scritto che, nonostante le mie indubbie doti, qualità paranormali e motivazione astronomica, avevano preso qualcun'altro, ma che mi auguravano 'all the best' per la mia ricerca e si dimostravano sicuri che avrei presto trovato un'altra opportunità (tiè tiè tiè) che corrispondesse alle mie doti e blablabla. La prossima volta provo con lo sciopero della fame, magari funziona meglio. Per lo meno dimagrisco.

Senza contare gli innumerevoli strumenti e oggettini più o meno apotropaici che sto rispolverando: la camicia che avevo all'esame (l'unico serio, sigh) in cui ho preso la mia prima lode (peccato sia orribile e inabbinabile con qualsiasi cosa decente); l'anello regalo di mamma e papà per i miei 18 anni (ah, quant'era bella giovinezza!); la giacca del tailleur della mia prima laurea (grandi speranze all'epoca!); il portafortuna comprato undici anni fa (ri-sigh) durante il campeggio itinerante in Toscana, e chi più ne ha più ne metta. E invece vuoi vedere che è colpa di quel cornetto rosso comprato 4 anni fa a Napoli ma che ho perso chissà dove durante i vari traslochi?! La vendetta del portafortuna perduto, apposto.

La verità è che sono stufa di insuccessi, rifiuti, mail che non arrivano e che, se arrivano, te la mettono in quel posto ti ripetono ad libitum 'riprova, sarai più fortunato'. Mi sto buttando sull'esoterico perchè non so più che cavolo fare per uscirne fuori.
A dir la verità non ho ancora esaurito tutte le risorse: non ho ancora fatto il bagnetto alla occhio, malocchio prezzemolo e finocchio.

Sto uscendo a comprare i peperoncini.





sabato 24 novembre 2012

INGENUITA'&ILLUSIONE, o di come in Italia piova sempre sul bagnato




[Premessa: immagino che molti mi rideranno in faccia: ma come, povera scema, lo scopri solo ora che in Italia funziona così? Però io, inguaribile fessa sognatrice, non mi ci volevo rassegnare del tutto alla dura realtà e mi illudevo che si trattasse (in parte) di leggende metropolitane. Ha ha ha.]

Più o meno un anno fa, di questi tempi non facevo che sentire di amici e conoscenti emigrati che riuscivano a rientrare in Italia. L'isofferenza per l'estero inospitale, la mai sopita nostalgia di casa, un paio di candidature spontanee mandate quasi per caso et voilà, nuovo lavoro (molto più fico che oltralpe), nuova vita. Basta cieli grigi, basta pioggia, basta caffè annacquato: dopo la gavetta all'estero, pareva si aprissero autostrade di possibilità al rientro in patria.
Così, esasperata da rifiuti e batoste rimediate pur cercando nell'El Dorado estero, sono tornata anche io in Italia nella 'piccola città' natia (sigh), immaginandomi (leggi: illudendomi) che sarei riuscita finalmente a trovare qualche cosa che valorizzasse gli sforzi delgi ultimi anni, quel lavoro vero che mi era negato e che, a me sembrava, trovassero tutti tranne me.

Povera folle, come avrebbe detto Rimbaud!

Dopo mesi, gli unici ad avermi ricontattata mi offrivano un lavoro come accalappiavecchiette-spillasoldi per cause umanitarie (ma questo l'ho già raccontato da un'altra parte ). E allora come mai mi sembrava di essere circondata da gente che, nonostante la crisi, aveva lavori entusiasmanti e di responsabilità, passava l'estate in giro fra Panama, Cuba e Copacabana, inondava Facebook di servizi fotografici dell'ultimo viaggio in Madagascar, twittawa dal VIP lounge del JFK o girava per l'aeroporto di Dubai come per il cortile di casa?

Tralascio momentaneamente chi ha studiato per una professione definita, che è comunque messo meglio di chi (come la sottoscritta) è laureata in sogni, illusioni, quisquilie e pinzillacchere: I medici curano pazienti, i veterinari curano animali, gli ingegneri fanno ponti e i fisioterapisti aggiustano ossa. Quindi ho iniziato a riconsiderare chi  fossero queste mie fantomatiche conoscenze dalla carriera favolosa e giramondo.

Guarda caso, gente che si è trascinata a prendere la laurea in economia mettendoci il doppio degli anni, uscita con voti mediocri, che però ora siede comodamente sulla poltrona del boss. Dove? Ma nello studio da commercialista del papi (o della mami, o di chicacchiovipare parente), ovviamente. Facile anche fare il giovane imprenditore rampante o la manager in tailleur di Armani quando hai le chiappette parate dall'azienda di famiglia e magari sei laureata in scienze delle merendine (ma in Bocconi ovviamente).

I giovani giurisperiti devono passare per le forche caudine della pratica e dell'esame di Stato, non ci piove. Ma, guarda caso, i figli di conti in banca a 6 zeri riempiono il curriculum con costosi LLM a Londra o in America, master e summer schools ad Harvard o alla LSE, pratiche in prestigiosi studi legali di grandi città, anzi magari la pratica non la fanno nemmeno perchè sopperiscono con (costose) scuole sostitutive. E' vero, parecchi lasciano il paesello alla volta di Roma o Milano per studiare in Cattolica o alla Luiss (e spassarsela nei locali di Corso Como o del Testaccio) ma poi, guarda caso, tornano all'ovile, che c'è già lo studio legale/notarile di babbo (o del cacacchiovipare famiglio di turno) con la poltroncina in caldo.

Poi arrivano gli emeriti sconosciuti emersi dal nulla che trovano (sempre per caso) lavori interessantissimi e di una certa responsabilità (pur avendo un età inferiore ai 50). Wow, ti dici, che bello, allora vedi che con tenacia, impegno e costanza i risultati arrivano? Per poi scoprire che l'emerito sconosciuto in questione è in odore di movimento ecclesiastico fin dalla culla. O magari no, ma pur essendosi sempre professato laico e social-liberale, all'università frequentava certi persone di quella tal altra associazione che, sai com'è, sono tutti amici fra di loro e se c'è da darsi una mano non si tirano mai indietro.

Con questo non voglio dire che tutto il meglio sia in mano ad una manica di imbecilli immanicati, assolutamente! C'è gente davvero in gamba che riesce a farsi strada nella giungla della vita, mollando tutto per seguire sogni ed obiettivi che parevano irrealizzabili, e ci riesce. Ma anche in questo caso, (troppo) spesso l'Italia non è un Paese per sognatori, soprattutto se squattrinati. Spesso chi riesce a trasformare la propria passione in un lavoro vero sono quelli che si sono potuti permettere costosi corsi di specializzazione e che hanno avuto la possibilità di investire tempo (e denaro, tanto denaro) nel raggiungimento dell'obiettivo.

Non voglio nemmeno dire che all'estero queste cose non succedano, scivolando in un'ottusa esterofilia per la quale tutto il male viene da casa nostra e al di là del confine è tutto rose e fiori. Tutto il Mondo è paese e sicuramente il figlio di un funzionario della Commissione Europea ha più possibilità e mezzi rispetto al figlio di un insegnante, anche nella democratica Europa. All'inizio magari entri perchè sei stato raccomandato, ma se non lavori bene ti rispediscono a casa senza tanti complimenti. Le lettere di presentazione vengono considerate se chi le scrive ti ha conosciuto in ambito professionale ed è comprovato, non perchè ti ha tenuto sulle ginocchia da piccolo in quanto amico di famiglia (che poi, questo è un discorso assurdo perchè a nessuno verrebbe in mente di farsi raccomandare da familiari e amici di famiglia).

Insomma, la mia impressione è che in Italia piova sempre sul bagnato. E allora tanto vale andare a bagnarsi ma per davvero sotto la pioggia del Nord Europa, dove di chi è tuo padre non gliene frega niente a nessuno, nè di che università hai fatto: se sei bravo e vali vai avanti, sennò è meglio che ti cerchi qualcosa d'altro.


[Postilla: facile direte, parlare così sull'onda dell'invidia per la bella vita degli ammanicati e/o figli di papà. A mia discolpa posso dire di essere anche io una privilegiata, figlia unica di una famiglia benestante che non mi ha mai fatto mancare nulla, al contrario. E, sicuramente, se fossi rimasta nella mia 'piccola città' natia mio padre o qualche suo amico mi avrebbero ben piazzata (come ho già tentato di raccontare). Ho scelto io di andarmene dove non avevo contatti e dove mio padre era un emerito sconosciuto: doppio fallimento, dato che mi ritrovo disoccupata e precaria...'acci miei.
Infine, so benissimo che non si dovrebbe guardare quello che fanno gli altri, ma vivendo nell'era di Facebook e Twitter, è quasi impossibile non sbatterci contro quotidianamente. E le foto delle assolate spiagge tropicali, credetemi, risaltano parecchio sulle home pages.]

venerdì 23 novembre 2012

ERASMUS docet: di stereotipi, leggende metropolitane e falsi miti


Il paradiso è un poliziotto inglese, un cuoco francese, un meccanico tedesco, un amante italiano: il tutto organizzato dagli svizzeri. 
L'inferno è un cuoco inglese, un meccanico francese, un poliziotto tedesco, un amante svizzero e l'organizzazione affidata agli italiani.


Questa vecchia  storiella l'abbiamo vista circolare centinaia di volte.
Ma è davvero così?
In base alla mia personale esperienza (in Erasmus e rinforzata dai vagabondaggi successivi) ho provato a stilare un mio elenco personale di stereotipi, preconcetti, leggende metropolitane e falsi miti sulle varie nazionalità, Europee e non.
In tono assolutamente bonario, per cui speriamo che non si offenda nessuno.

I francesi sono antipatici e se la tirano un casino.
Diciamo che i nostri cugini d'Oltralpe non riscuotono grandi simpatie. Poverini però, non è colpa nostra (nè loro) se abbiamo gli stessi punti forti: cibo, alta moda, cultura, bellezze naturali. La bouillabaisse eterna rivale del caciucco, Dior contro Armani, Tour Eiffel o Colosseo, la Provenza batte la Toscana? La risposta è, ça va sans dire, ovvia: siamo meglio noi. Ma loro sono convinti del contrario*. Io ho avuto la (s)fortuna di sbarcare in Francia pochi mesi dopo la finale dei mondiali 2006, quando la tensione era ancora papabile. E per iniziare col piede giusto, ho ben pensato di fornirmi del portachiavi giusto: Champion du monde, ovviamente in francese. 

Gli inglesi mangiano solo schifezze.
E' vero, ho visto con questi miei occhi delle ragazze scozzesi mangiare (proseguire la lettura solo se NON si è deboli di stomaco) spaghetti scotti conditi con ketchup e emmenthal grattugiato. Però ci sono anche le eccezioni: le mie amiche inglesi dell'Erasmus cucinavano davvero bene, e mi hanno insegnato ottime ricette come la carrot&coriander soup, il curry (a detta della mia amica Emma, è il piatto nazionale britannico), lo stufato di verdure, la shepherd's pie e il cauliflower cheese. Ahimè, il loro peggior difetto ai fornelli è pensare che l'equazione di più=più buono sia una verità rivelata. La mia amica Laura, entusiasta del risotto che le avevo insegnato a fare, per farmi vedere come aveva imparato bene me ne ha propinato uno con funghi, peperoni, piselli, salsiccia, pancetta, panna e gorgonzola. Ah, c'era anche del riso. 

I tedeschi sono maniacalmente ordinati e precisi.
E' vero, ed è per questo che li amo. Ma soprattutto, questo NON è un difetto! :-D

Gli spagnoli sono sempre de fiesta.
E' vero, tutti gli spagnoli che ho conosciuto, con pochissime eccezioni, sanno come divertirsi. E alla grande.
Sono anche parecchio rumorosi, perchè di solito si muovono in massa (non solo loro), gli piace ridere tanto e parlare ad alta voce (ci ricorda qualcuno?!) ed hanno una lingua che si presta intrinsecamente a generare decibel di rumore (ho detto spagnoli, non italiani!). Dov'è la fregatura? Che, se non parli spagnolo, difficilmente riuscirai a comunicare con loro (e quindi ad essere incluso nei loro festoni galattici). Ecco perchè il 99,9% degli italiani torna dall'erasmus che pala perfettamente spagnolo, non importa se sia stato a Utrecht, Turku, Uppsala o Lipsia.

Gli scandinavi sono tutti biondi con gli occhi azzurri.
Non proprio: ho conosciuto una ragazza finlandese coi capelli castani e gli occhi scuri. Suo padre è egiziano.
E una ragazza svedese castana con gli occhi grigi. Suo padre è greco.

Gli italiani sono i più pulizia-maniaci.
E qui, non volendo davvero offendere nessuno (dare del lurido zozzone a qualcuno è difficilmente interpretabile in tono bonario), mi limiterò ad un elenco al contrario, ovvero cosa noi italiani NON faremmo mai. Gli altri, ovviamente, lo fanno (anche qui sono testimone oculare). Di nuovo, chi è debole di stomaco può esimersi dal proseguire.
NON giriamo scalzi in cucina di domenica, dopo che venerdì e sabato sera c'è stata l'Apocalisse e 3/4 dell'alcol/cibo della festa è ancora lì vivo e vegeto sul pavimento. Soprattutto, poi NON ci infiliamo nel letto senza esserci prima disinfettati i piedi con l'acido muriatico.
NON affettiamo il pane e le verdure direttamente sul tavolo comune di un piano dove vivono 20 persone o, comunque, non prima di averlo disinfestato col napalm.
NON giriamo scalzi per le docce e gli spogliatoi delle piscine coperte.
NON teniamo lo stesso paio di mutande per 4 giorni di fila.
NON pensiamo che lo scopino del cesso sia lì solo per bellezza.
NON mettiamo il pane direttamente sul rullo della cassa al supermercato senza alcuna ombra di sacchetto, nè ce lo portiamo in giro sotto le ascelle.
NON mangiamo patate e carote con la buccia (e se proprio le laviamo prima).
NON ci togliamo le scarpe a lezione, laciando che i nostri piedi (rigorosamente scalzi, estate e inverno) espandano il proprio effluvio pestilenziale nel raggio di mezzo kilometro.
NON dimentichiamo pentole sporche in cucina per settimane affinchè ci cresca dentro un vivaio di muffa.
NON pensiamo che i capelli intasati nel lavandino e nella doccia si scioglieranno magicamente da soli.
NON pensiamo che il bagno si autopulisca da solo, nemmeno se aspettiamo un mese. Soprattutto se lo usiamo in quattro tutti i giorni.

Ce ne sono tante altre, di leggende metropolitane più o meno vere. Gli irlandesi bevono letteralmente come spugne, ma sono in tanti a contendergli il primato, dai tedeschi agli inglesi, dagli italiani (eh sì...) ai polacchi. Gli austriaci non li considera mai nessuno perchè pensano che siano tedeschi. Come per i belgi, che o sono francesi o sono olandesi. I portoghesi sono schivi e si manifestano poco, ma quando li scovi riservano piacevolissime sorprese (soprattutto i rappresentanti maschili). I polacchi non amano i tedeschi per ragioni ataviche di rivalità belliche; non amano i russi per lo stesso motivo; non amano gli altri Paesi dell'Est perchè troppo simili a loro; non amano quelli dell'Europa Occidentale perchè non sono abbastanza simili a loro, insomma gli stanno tutti antipatici. E via dicendo.

Però, è anche questo il bello della multiculturalità e del vivere assieme: si assimilano pregi e difetti, ci si osserva con occhio disincantato, si apprezza quello che si ha e si migliora quello che non si ha. Si impara a conoscere sè stessi dal confronto/incontro/scontro con gli altri.
 Grazie Erasmus, per aver fatto dell'Europa un grande cortile dove ci si incontra per giocare, spettegolare, rincorrersi, innamorarsi, farsi i dispetti con gli altri, siano questi i vicini del piano di sopra o del palazzo dirimpetto, i francesi d'oltralpe o gli spagnoli della sponda opposta del Mediterraneo.



 

 

*I francesi non mi sono simpaticissimi, è vero. Ciò non toglie che la Francia sia un Paese bellissimo, che io sia ghiotta di galettes de blé, pains au chocolat e iles flottantes, che sia innamorata della Costa Azzurra, che adori parlare (e ascoltare) il francese, che abbia passato una delle più belle vacanze della mia vita in Normandia e Bretagna.

mercoledì 14 novembre 2012

ERASMUS, apologia del


Ultimamente non si fa che parlare di Erasmus (in realtà, Erasmo da Rotterdam fa solo da prestanome, anche perchè il vero nome di Erasmus è EuRopean Community Action Scheme for the Mobility of University Students. Io poi, che di filosofia sono sempre stata ignoranterrima, sto Erasmo non so nemmeno chi fosse. Ma mi sta simpatico).
Proprio quest'anno che il progetto compie 25 anni, non si sa se avrà ancora lunga vita causa crisi. Vabbè, anche Erasmus si deve adattare, noi altri non sappiamo nemmeno dove-come-quando-cosa faremo/saremo da qui a un mese, anche lui, che si adegui ai tempi, eccheccavolo!
Però, peccato.
Se c'è un periodo della mia vita che ricorderò sempre con struggente nostalgia, come una specie di età dell'oro, l'Arcadia della mia giovinezza, sono i mesi passati in Erasmus.
L'Erasmus, chi non lo ha fatto, non può capire del tutto che cosa sia. Ma chi c'è stato, lo riconosci subito a naso. E quando gli/le nomini la parolina magica, Erasmus, gli occhi gli/le vengono attraversati da un inconfondibile luccichio.
Però vorrei sfatare un paio di miti:

a) l'Erasmus non sono sempre tutte rose e fiori
b) non è (del tutto) vero che si cazzeggia e basta.

Io in Erasmus sono stata in Francia: non nella scintillante Parigi, nè nella deliziosa Strasburgo o nella calorosa Nizza. Sono stata a Grenoble, una città piccola, brutta, sporchina, incuneata fra le montagne, senza particolari attrazioni se non la vicinanza alle piste da sci delle Deux Alpes. Tutte cose che avevo già anche in Italia, grazie.
Quando sono sbarcata a Grenoble, non sapevo dire una parola in croce in francese, se non 'Sono italiana e non parlo francese'. Voilà tous.
Non partivo assieme a nessuno che conoscessi, e la mia dimora per tutti quei 9 lunghi mesi è stata un bugigattolo in residenza universitaria, grande 5 metri quadri, bagno incluso, che doveva contenere libri, cibo, pentole e padellame per cucinare (ogni piano aveva una cucina comune, dove però non era possibile conservare nulla), vestiti, valige, foto ricordo, un letto e, en passant, anche me.
Quando la mia ex coinquilina è venuta a trovarmi, è rimasta shockata da come riuscissi a farci stare tutto (noi che a Milano condividevamo un appartamento da 100 mq). In inverno ci tenevo anche l'attrezzatura da sci. Completa.
Insomma, all'inizio è stata parecchio dura destreggiarsi, con la burocrazia universitaria e dell'alloggio. Soprattutto non parlando una virgola della lingua locale, ed essendo in un Paese dove la conoscenza di altre lingue al di fuori del francese non è nemmeno contemplata. Poi però mi sono iscritta a un corso super-intensivo di francese (organizzato dall'università e totalmente gratuito) e, nel giro di un paio di mesi, riuscivo a comunicare. A fine anno ero passata da un livello 0 assoluto di francese ad un C2.
Superato l'iniziale smarrimento, nel giro di poche settimane ho conosciuto un sacco di gente (anche italiani, ovviamente. Ma non è mica peccato mortale fare amicizia coi connazionali!), da tutta Europa e oltre. Per tutto il primo semestre avevo una 'cooking family' con cui mi ritrovavo per cenare e cucinare assieme a turno, 6 giorni su 7. Eravamo io, due ragazze inglesi e tre ragazzi tedeschi: era bellissimo, e mi faceva sentire di meno la mancanza delle mie (ex) super coinquiline e dei miei amici lontani. Nello studentato vivevano centinaia di studenti, francesi, europei e non. Il mio gruppo di amici comprendeva tedeschi, inglesi, americani, canadesi, messicani, giapponesi e un dolcissimo ragazzo cinese, che cucinava piatti deliziosi con i bastoncini e rimaneva sempre incantato a sentirci parlare di noi e dei nostri Paesi europei.

Le feste, lo ammetto, non mancavano. Dopo la prima settimana, passata praticamente in stato di ebrezza comatosa 24h/24, ho realizzato che io e il mio fegato non avremmo mai retto 9 mesi così. Allora ho limitato le uscite a 6 giorni su 7, tenendomi la domenica per totale relax e disintossicazione.
E' vero, in Erasmus si esce tanto (soprattutto in una città piccola come Grenoble, dove uscire non costa un rene e si organizzano sempre tantissime feste 'casalinghe', sul campus o in appartamento). Ma abbiamo anche fatto gli esami, e studiato per i medesimi. Io poi, siccome la mia università era 'un po'rigida' sui piani di studio e non mi permetteva di fare tutti gli esami all'estero, ho dovuto preparare anche quelli 'normali' da non frequantante, così in novembre, dicembre e primavera sono tornata a darli alla mia università a Milano. 

Non sono mancati i momenti di sconforto e nostalgia, per quella vita 'normale' e tranquilla che avevo lasciato in Italia, per gli amici che lì c'erano sempre e comunque, per quel calore familiare che c'era tornando in una vera casa, con delle coinquiline/sorelle, e non in un bugigattolo da 5mq. Io poi l'Erasmus l'ho fatto all'ultimo anno di università, per cui sapevo che, al ritorno, non avrei ripreso la mia spensierata vita universitaria, ma avrei dovuto sbattermi per finire tutto al più presto ed ottenere quel maledetto pezzo di carta che chiamano laurea, e diventare grande.

L'Erasmus te lo porti dentro tutta la vita. Lo ricordo come se fosse ieri: quando si sono chiuse le porte a vetri del treno che mi riportava per sempre in Italia, è come se mi si fosse spezzato qualcosa nel petto. Per un attimo mi è mancato il respiro, poi hanno iniziato a scendermi silenziose le lacrime.

L'Erasmus è stato un'importantissima scuola, di vita e di mondo. Conoscendo gli altri, impari a conoscere te stesso. Pur con i suoi alti e bassi, le delusioni e le ammaccature, lo rifarei domani. Ed è un vero peccato se adesso non ci saranno più i soldi per permettere ad altri studenti di farlo.

sabato 10 novembre 2012

PICCOLA CITTA', o della necessità dell'evasione e della bellezza dell'incontro

Piccola città, bastardo posto,
appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi 
mi spinse via... (F. Guccini)

 Io di mesi ce ne ho messi un po'di più (per l'esattezza duecentoventitrè), a spingermi via, ma queste parole del grande Guccini mi ritornano sempre alla mente quando penso alla mia 'piccola città bastardo posto'. Vengo da una cittadina di provincia, che a me sembra un villaggione ma è pur sempre una città (Wikipedia dice che facciamo più di 100.000 abitanti!).
Ho sempre aspirato ad andarmene, da questo guscio.
Fin dall'ultimo anno del liceo, in cui contavo i giorni alla fine, sapevo che me ne sarei andata. Non sapevo dove e a far che, ma ero sicura che non sarebbe stato a casa. 'Purtroppo', la mia città natale ha un'ottima università pubblica, a detta una delle migliori in Italia. Soprattutto, ha un sacco di soldi e relazioni con l'estero. Per fortuna, i miei genitori hanno capito il mio bisogno di evasione, e mi hanno permesso di andare a studiare altrove: sono una privilegiata.

Essere catapultata dalla profonda provincia a una metropoli come Milano a 18 anni è stato forse il mio più grande shock culturale. E meno male.
Per la prima volta mi trovavo a vivere in una Città vera, dove in 10 minuti non facevi a piedi nemmeno due fermate di metro. E poi sono venuta a contatto con l'Italia, tutto il resto della penisola oltre i miei confini regionali: accenti, modi di dire, atteggiamenti, stili diversi. Dopo il primo anno di università, il mio cerchio di amicizie andava dalla Sardegna al Friuli, dalle Marche alla Sicilia. Legami che si sono consolidati nel tempo, nella convivenza, nel coinquilinaggio, nel condividere sogni e speranze da studenti, tanto che ancora oggi, a distanza di una decade, le persona conosciute negli anni dell'università a Milano sono ancora tra le mie amiche più care.

Poi, dall'Italia sono passata all'Europa e al mondo.
Ho avuto (di nuovo, che culo!) l'immensa fortuna di fare l'erasmus in una città vivacissima dal punto di vista studentesco. Oltre a tansissime università, a Grenoble c'è un rinomato centro per l'insegnamento del francese agli stranieri. E così, il mio è stato davvero un erasmus globale a 360°: oltre ad inglesi, tedeschi, spagnoli, francesi e finlandesi, ho stretto amicizie bellissime con americani, giapponesi, messicani, canadesi ed un ragazzo cinese. Tanti di loro li ho rivisti e siamo tutt'ora in contatto.

Insomma, andandomene via dal mio 'bastardo posto' a 18 anni, ho scoperto che il mondo è grande, vario e bello, soprattutto perchè è vario.
Mica scontato.
Tanta gente che conosco qui, nella mia città natale, non ha mai messo il naso fuori dall'uscio di casa, non per mancanza di possibilità, ma semplicemente perchè sta bene dove sta ed è convinta che questo sia il posto migliore del mondo. E allora, perchè sbattersi tanto ad andare in giro? Chi me lo fa fare di conoscere altra gente quando sto così bene con gli amichetti che ho conosciuto all'asilo, mi sono fidanzanta con il compagno di banco del liceo e le vacanze le passo nella casa di montagna dei nonni? Perchè imparare a cucinare il pad thai quando tutto il mondo ci invidia gli spaghetti al pomodoro e, se proprio devo andare fuori a cena, non c'è niente di meglio di una pizza?
Ne conosco parecchi  che la pensano così, che non hanno capito la mia scelta di andarmene a 18 anni e di non voler tornare.
Mi hanno definita snob e borghese per aver abbandonato la cara provincia per andare a Milano.
Mi hanno presa in giro perchè tornavo importando modi di dire e cadenze decisamente 'terrone' (ahimè, sì, con mio grande rammarico sono del nord).
Mi hanno guardata storta perchè alla polenta e funghi preferisco di gran lunga un biryani di agnello, odio le mele ma amo manghi e papaye, e allo strudel preferisco la tarte au citron meringuée.
Mi guardano storta perchè penso che la regione più bella d'Italia non sia la mia ma la Toscana, e perchè preferirei vivere a Roma che nella 'piccola città'.
Ora che, dopo tanto vagabondare, sono ferma all'ovile senza arte nè parte, pensano che sia la mia 'punizione' per essermene andata: cosa ci ho guadagnato? Se fossi rimasta qui, nella ricca, tranquilla ed accogliente 'piccola città', ora un posto da impiegata sicuramente lo avresti. Figurati se i contatti familiari non ti avrebbero trovato un posto da qualche parte.
Ci ho pensato, lo ammetto, in quesi mesi di crisi e di immobilità forzata e forzosa.
E se ricominciassi daccapo dove avevo interrotto tutto dieci anni fa?
Peccato che, se fossi rimasta qui, sarei rimasta cristallizzata per sempre nella figura che ero al liceo, etichettata a vita per quella ragazzina timida e un po'sfigata che ero. Non avrei avuto la possibilità di mettermi alla prova e capire cosa voglia dire essere soli con sè stessi e ricominciare daccapo, senza poter contare su altri che su di me. Avrei continuato a credere che non ci fosse posto migliore di quello in cui stavo, e mi sarei accontantata di quello che avevo.
Se c'è una cosa che credo di aver capito, e di cui sono fermamente convinta, è che il mondo lì fuori meriti di essere conosciuto, sempre e comunque. Quello che mi auguro per la mia vita futura, ovunque sarò, è di poter coltivare sempre la curiosità di conoscere l'altro e l'altrove, come ho fatto finora.



Nessun uomo è un'isola

Nessun uomo è un'isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una zolla viene portata via dall'onda del mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un promontorio fosse stato al suo posto,
o una magione amica o la tua stessa casa.
Ogni morte d'uomo mi diminusce,
perchè io partecipo all'Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana:
Essa suona per te.

John Donne

giovedì 25 ottobre 2012

re-AGIRE


La fase di stallo.
Da quando mi sono impuntata che non volevo più fare la stagista sei mesi qui, cinque lì,  ma volevo un lavoro vero (hohoho, che sciocchina), sono rimasta a piedi. Cioè, disoccupata. Almeno da stagista uno pseudo lavoro ce l'avevo, adesso manco quello.
Ammetto la mia estrema debolezza. Dopo tre mesi di ricerche infruttuose, rifiuti, scarti, rincorse, illusioni, prese in giro, proposte senza possibilità di rendenzione solo di stage, mi sono accasciata e ho smesso di cercare.
Non ho niente da dire a mia discolpa, posso solo confessare la mia fragilità e totale impreparazione psico-fisica ad affrontare la situazione.
Io che credevo di essere arrivata, dopo laurea, summer schools, stages, master, volontariato, altri stages e altri corsi.
Credevo di 'meritare' un lavoro, ma che fosse un lavoro che potessi definire tale. Uno dove non te ne devi andare dopo sei mesi, quando hai appena iniziato a capire come funzionano le cose. Uno dove non ti fanno scaricare la lavastoviglie in ufficio solo perchè sei la stagista, ma uno dove avrei comunque scelto di scaricare la lavastoviglie, ma non me l'avrebbe imposto nessuno in base alla gerarchia. Non è che volessi diventare Direttore Generale a Devco, anche assistente per l'Associazione Europea per la protezione dell'ornitorinco della Scurcola Marsicana e suoi affini sarebbe andato benone. Assistente. Anche assistente lavavetri, ma non stagista.

Invece nada. Invece di lottare, mi sono ripiegata in me stessa e ho chiuso i ponti con tutti. Ero talmente scontenta di me, talmente frustrata, che non avevo più voglia di vedere o parlare con nessuno, soprattutto perchè mi sembrava di essere l'unica sfigata nel baratro dell'inattività. Tutto mi sembrava inutile, e questo pensiero fisso mi ha letteralmente paralizzata per parecchi mesi.


Adesso, non so nemmeno io come nè perchè, ho deciso che bisogna reagire. Soprattutto AGIRE.

Continuerò a mandare le mie applications in giro per l'Europa, sperando che, per la legge dei grandi numeri, prima o poi qualcuno mi noti. Mi metterò a cercare qualche cosa anche qui, nella mia 'piccola città bastardo posto' (cit. Francesco Guccini), purchè sia qualche cosa che mi permetta di sopravvivere dignitosamente.

Continuerò anche a essere choosy e a pretendere un lavoro che sia dignitoso: dopotutto, se il mio Paese non mi vuole, non sarò certo io ad obbligarlo ad accettarmi: me ne andrò come ho già fatto tante volte, stavolta forse con un rimpianto in meno.

E, soprattutto, non rimarrò più immobile a non fare niente solo perchè 'non si sa mai che mi chiamino da qualche parte e debba partire mollando tutto'. Troppe volte ho soffocato desideri ed idee con questa scusa, che non ero stabile in nessun posto. Adesso ho capito che, probabilmente, stabile abbastanza non lo sarò mai, quindi non la userò più come scusa.

Mi sono re-iscritta in palestra. Con un abbonamento a entrate a scalare, così, anche se dovessi partire fra una settimana, le entrate che rimangono le potrò utilizzare quando torno a Natale, a Pasqua, o quando sarà.

Ho fatto una lezione di prova per un corso di espressione teatrale. Un sogno troppo a lungo rimasto nel cassetto, proprio perchè è un percorso che presume una presenza costante per parecchi mesi. Non so ancora se mi accetteranno, ma spero proprio di sì. Posso pagare a rate.

Domani, nel contesto della fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, partecipo al corso sul lievito madre.

Mi sono (ri)messa a scrivere. Ho iniziato a collaborare con un bellissimo blog di viaggi, altrove ed esperienze di vita, A Nordest Di che (ecco il mio primo articolo). E ho iniziato questo, di blog, il mio.

Sto seguendo alcune associazioni culturali, che appena mi aprono un corso di fotografia mi ci fiondo. E sto pensando di rimettermi a studiare tedesco...

Insomma, cerco di reagire. Di trovare almeno un po'di buono in tutto quello che viene. Di cercare di pensare con meno rigidità, senza tutti gli schemi che avevo prima. Per non rimanere delusa se qualche cosa non va come speravo che andasse, ma per stupirmi se succede qualche cosa che non immaginavo.
Non è facile, io che ero quella che o così o così, quella a cui va sempre tutto bene, come doveva andare, da copione. Ma chi l'ha detto che dovesse andare proprio così?
Mi sto riprendendo la mia vita, o almeno ci provo.


martedì 23 ottobre 2012

Stay hungry, stay choosy


Piccola digressione dettata dalla necessità.
Io non volevo assolutamente che la politica entrasse nelle pagine del mio bloggyno, non perchè non mi interessi (anzi!!!), ma perchè il dibattito politico in Italia oggi è, ahimè, talmente polarizzato ed avvelenato che ogni volta che ci si addentra nell'oscura foresta della politica, si finisce per litigare (nel migliore dei casi, perchè di regola si finisce per venire alle mani e insultarsi con i peggiori epiteti post-omerici).
Però ieri, quando al tg ho sentito la storiella della Fornero e dei giovani choosy (http://video.repubblica.it/dossier/articolo-18/fornero-i-giovani-non-devono-essere-troppo-choosy/108533/106918), ho avuto un moticino di ribellione che mi trovo a riflettere qui, adesso, su queste pagine, sempre con l'idea che mettendo le cose nero su bianco uno le capisce meglio.

Rientro a pieno titolo nella categoria. Sono una choosy anche io, e non mi vergogno di ammetterlo.

[Piccola parentesi.
Purtroppo questo episodio choosy arriva quando precariaMENTE è ancora un poppante in fasce, per cui il mio percorso precario non è ancora stato del tutto spiegato. In breve: ho iniziato la mia carriera universitaria iscrivendomi a Lettere perchè era quello che mi piaceva e mi riusciva bene (mannaggia a me che, a 18 anni, non mi piacevano la matematica, la fisica, la chimica e tutte le altre materie utili, non sapevo progettare case ponti e autostrade, l'idea di avere a che fare col sangue mi faceva rabbrividire e una dichiarazione dei redditi non sapevo nemmeno cosa fosse). Dopo l'Africa ho capito che quello che volevo fare della mia vita non aveva un dannato tubazzo a che fare con quello che stavo studiando. Purtroppo, grazie all'estrema flessibilità del sistema universitario italiano per cui appena entri in una facoltà sei bollato per sempre in questa vita e nell'aldilà, o mandavo al macero (per essere fine) i miei primi 3 anni di studio e ricominciavo daccapo nella facoltà che volevo, o mi ingegnavo coi mezzi che avevo per cambiare il mio percorso in fieri e arrivare comunque, in un modo o nell'altro, dove volevo arrivare. Ecco quindi come e perchè è iniziato il mio percorso precario, fra erasmus, stages, corsi estivi, master ed altri stages (ma questa è un'altra storia).]

Eccomi che adesso sono qui, sempre precaria ma stavolta disoccupata, e ormai da parecchi mesi.
E questo perchè? Ma perchè sono choosy, ovvio!
Però ditemi, è forse peccato mortale avere l'ambizione di riuscire a mantenersi quando l'età anagrafica si avvicina più ai 30 che ai 20?
E' peccato mortale voler lavorare nell'ambito per il quale abbiamo studiato, e che ci appassiona?
Facciamo del male alla società a rifiutare stages non pagati o sottopagati?
Dovremmo forse essere fustigati a sangue per volere l'indipendenza economica?
Avendo una laurea, un master e parlando 4 lingue, è forse un reato aspirare a più di 800 euro al mese?

Non siamo noi ad essere choosy, è il sistema che ti fa pensare di esserlo.
Visto che il lavoro non si trova, tanto varrebbe smantellare tutte la facoltà di lettere, filosofia, sociologia, comunicazione e materie umanistiche. Diventiamo tutti ingegneri, programmatori, contabili e medici. A che serve studiare cinque anni la filosofia scolastica, la storia delle congregazioni monastiche medievali o l'opera omnia del Leopardi se poi, con una laurea umanistica, al massimo finisci a fare la promoter di succhi di frutta al supermercato (con tutto il rispetto per la categoria)?? Anzi, già che ci siete, smantellate direttamente tutte le università, tanto, per quello che vale la laurea, meglio avere un diploma da geometra, ragioniere o perito chimico e andare a lavorare a 19 anni, quello forse si trova ancora. 
Lo ammetto, sono choosy. Ho rifiutato delle grandi opportunità:
  • sei mesi di stage a 400euro (a Bruxelles, dove solo l'affitto di una staza pseudo-decente viene come minimo 500euro), poi forse mi assumenvano ma non si sa;
  • un anno di stage, questo a 700euro (più buoni pasto!!) e, se alla fine chiedi se magari dopo 12 mesi ti assumono, ti senti dire che "dipende se avremo i fondi per una nuova posizione premanente, comunque in ogni caso dovresti fare domanda come tutti gli altri 500.000 candidati esterni senza nessuna corsia preferenziale" (leggi: non hai nessuna speranza, se anche apriamo una posizione sarà per qualcuno che ha 10 anni di esperienza più di te, sa 5 lingue più di te e fa il caffè meglio di te);
  •  dialogatore per i diritti umani, stipendio annuale dai 9.000 ai 30.000 euro. Leggi: stare fermo agli angoli delle strade al baracchino di qualche organizzazione umanitaria (quelle con maxiposter di bambini africani denutriti che ti guardano con occhioni photoshoppati scintillanti), e zompare addosso ai passanti investendoli con frasi strappalacrime tipo Ciao, saiquantibambinialmondostannomorendoperdenutrizioneinquesti5secondincuitistoparlando? VuoifareunadonazionepersalvareipoveribambinichemuoionodifameinAfrica? Al che la povera vecchietta, presa alla sprovvista e sommersa da un fiume di parole di cui ha capito solo "bambini" e "fame", sgancia di buon grado mezza pensione.
No grazie, a queste condizioni preferisco rimanere choosy, ma con una mia dignità.



giovedì 18 ottobre 2012

L'AFRICA, o di come tutto è incominciato - parte I


La mia carriera da precaria esistenziale è cominciata in Africa. O meglio, l'Africa è sicuramente l'esperienza che mi ha segnata di più, mi ha cambiato la vita e mi ha fatta arrivare dove sono adesso.

Tutto è cominciato nel lontano 2005.
Ero ancora una ragazzina (sigh!), con la sua tranquilla vita da studentessa universitaria fuori sede. Dopo due anni di collegio, mi ero da poco trasferita in appartamento con altre tre amiche, e mi sembrava che non ci fosse cosa più cool al mondo di noi.
Ma questa è un'altra storia, torniamo all'Africa. 

Sulla scia dell'entusiasmo di due mie amiche, mi sono fatta coinvolgere a partecipare alla cosiddetta esperienze estiva del Centro Missionario della mia città. L'esperienza estiva consiste nel trascorrere un mese nel Sud del Mondo, ospite presso i missionari trentini. I partecipanti partono a gruppi di 6/7 persone che, generalmente, non si conoscono da prima, ma hanno modo di incontrarsi e conoscersi durante i mesi preparatori che precedono l'esperienza (ovviamente se, come nel mio caso, si vuole andare con degli amici, gli organizzatori fanno in modo che si possa partire assieme). La cosa più importante è che non si può scegliere la destinazione: lo scopo è quello di fare un'esperienza, e non una gita turistica, per cui si può finire chissà dove nel mondo, dal Brasile all' Ecuador, dal Kenya alla Cambogia, in base alla disponibilità dei missionari ad ospitare i volontari per un mese. Ci si iscrive a gennaio e, una domenica al mese, ci si incontra tutto il giorno, per socializzare con gli altri partenti, ascoltare testimonianze di ex partenti e partecipare a giochi di ruolo per iniziare a capire cosa ci si troverà davanti, una volta scesi sotto l'Equatore. In primavera vengono formati i gruppi e assegnate le destinazioni, per iniziare a conocersi meglio con i futuri compagni di viaggio, e preparare in maniere più mirata la partenza.

Lo ammetto: quando mi sono iscritta, la mia ideona diabolica era di godermi una vacanza esotica, a poco prezzo e con il benestare paterno, visto che la organizzava un'associazione missionaria. Quando poi ci hanno comunicato che saremmo andate in Tanzania, sul lago Vittoria, mi sono compiaciuta della mia gran botta di c**o: partivo per l'Africa nera!!

Personalmente, riponevo grandissime speranze catartiche in questo viaggio.
Nei mesi precedenti la partenza, mi si erano accumulate ogni sorta di sfighe e di crisi esistenziali: un amore tragi-comicamente finito prima ancora di cominciare dopo 2 anni di spasimi, la mia adorata compagna di stanza che se ne andava, la bocciatura alle selezioni per l'erasmus, la non certezza di riuscire a fare la tesi, l'insofferenza per Milano, la voglia di cambiare città e università ma senza sapere dove e cosa fare della mia vita. Come se non bastasse, un febbrone a 40 mi aveva immobilizzata semi-morente a letto per una settimana, facendomi saltare un esame che mi trascinavo dietro da 3 anni, e che stava diventando la mia ossessione.
Insomma: un casino.
Mi sembrava che, letteralmente, il mondo stesse per crollarmi addosso, e non ne vedevo via d'uscita. Per fortuna avevo le mie mitiche coinquiline, che ci avevano pensato loro a darmi qualche bel calcione nel posteriore ed a farmi rimettere in sesto, così in qualche modo ero riuscita a trascinarmi (letteralmente!) fino a fine sessione. A metà luglio non vedevo l'ora di partire, lasciarmi tutto alle spalle, nella speranza che si sarebbe tutto risolto magicamente al mio ritorno dall'Africa.
Cercavo l'illuminazione.




sabato 13 ottobre 2012

...meglio la seconda!


Ok, calma, ragioniamo.
Forse ieri, presa dall'entusiasmo della neofita, non ho be ponderato cosa significasse avere un blog e, soprattutto, cosa volessi farne. Va bene, mi piace scrivere, mi piace viaggiare, mi piace cucinare e mangiare, adoro leggere fumetti giapponesi. E di questo, cose voglio farne? Ma, soprattutto, achiglienefregaunaemerita?

Blog di ricette, ce ne sono ormai a bizzeffe. Belli, consolidati e tenuti da persone molto più brave di me. Spignattare e mettere le mani in pasta mi piace, è la mia passione, soprattutto perchè poi mi piace mangiare quello che produco (gnehehe). Ma, diciamocelo, non ho la costanza, la fantasia e tantomeno la tecnica per mettermi lì a provare regolarmente ricette nuove. Preferisco curiosare in giro, attratta dalle magnifiche foto che corredano le opere d'arte mangereccia delle varie artiste della rete, e cercare di riprodurre a modo mio le loro creazioni. Poi gli amici vengono a farmi da cavie.

Foodblogger nemmeno mi ci vedo.
Anzitutto perchè preferisco investire le mie (magre) finanze in altro che non siano sorbetti al tartufo d'Alba, soufflé in foglia d'oro o risotti allo champagne e caviale. A me piace mangiare, e anche bene, ma il cibo lo concepisco ancora come qualche cosa di accessorio, che può rendere migliore un'uscita con amici, una serata in compagnia o un viaggio. Non ne farei lo scopo principale della mia vita e del mio tempo libero, mentre conosco gente che risparmia per andare nel pluristellato di turno e lasciarci cinquecento euro per una cena, o pianifica le vacanze per andare in Borgogna nella stagione della vendemmia o in Islanda per la schiusa dei licheni da insalata. No, decisamente non sono io.

Parlare solo di viaggi? Beh ma io, spesso e volentieri, più che un viaggio faccio un'esperienza, nei posti dove vado ci vivo, non faccio la classica turista o, per lo meno, non solo quello. Ma per raccontare di posti vicini e lontani, dare consigli e dritte ci sono già grandi siti come Tripadvisor e turistipercaso (dei quali, per altro, sono appassionata fruitrice e contributrice), e allora perchè aprire un blog mio?

Così (meno male che la notte porta consiglio) ci ho ripensato e mi sono detta: perchè non fare qualche cosa che possa anche, guarda caso, interessare chi mi legge? Delle mie vacanze a Santorini, del mio ultimo cheesecake ai frutti di bosco o di che gusti ho preso alla gelateria dei Gracchi a Roma non gliene frega niente a nessuno. Però, forse, a quelli come me che vagano in giro per l'Europa ed il mondo in cerca della propria strada o, più naturalmente, di un futuro migliore che a casa loro non riescono a costruire, beh forse a quelli così, quelli come me, potrebbe far piacere sapere che non sono gli unici, che alle difficoltà seguono le soddisfazioni, che all'entusiasmo seguono le delusioni, che si va avanti lo stesso.

Ecco quindi che nasce precariaMENTEando, il blog di una precaria.

Precaria nel lavoro che non si sa mai se c'è e se può durare, precaria nella dimora (quindici, dico 15 traslochi negli ultimi dieci anni, più due viaggi della speranza di mesi in cui mi sono portata dietro, fra andata e ritorno, questo mondo e quell'altro), precaria nei sentimenti e nelle convinzioni, perchè di idee ne ho cambiate tante e di persone ne ho trovate e perse anche tante.
Insomma, un blog sempre in fieri, dove si parla di esperienze, di incontri e scontri, della difficoltà di tirare avanti e di trovare una stabilità nel mondo di oggi. Oggi qui, domani lì, dopodomani non si sa. Ma forse, mettendo tutto nero su bianco e condividendo le mie esperienze, riuscirò a capirne qualche cosa. Per mantenere il filo, sulla pagina "le mollichine di Pollicino" ho elencate, in ordine cronologico, le tappe della mia vita precaria: esperienze di vita, studio, lavoro, volontariato, in Europa e nel mondo, da dove sono partita e dove sono arrivata fino adesso.
Enjoy.

venerdì 12 ottobre 2012

Buona la prima?!

Dietro a un miraggio c'è sempre un miraggio da considerare,
come del resto alla fine di un viaggio
c'è sempre un viaggio da ricominciare
(F. De Gregori)

Ebbene sì, l'ho fatto.
Mi sono decisa ad aprire il blog.
Dopo mille ma sì lo faccio, ma no non lo faccio, ma forse sì, ma no dai, beh però quasi quasi...insomma, eccomi qua.
A dir la verità, la voglia di scrivere c'è, e c'è sempre stata. Solo che se ne stava lì, acciambellata in un angolo a sonnecchiare, sotto un bel teporino. Ma ora eccola qui, che si è svegliata e, piano piano, in punta di piedi, è uscita dal suo angoletto tiepido.
Non sapevo come chiamarla, la mia creatura. Perchè di etichette non gliene voglio dare, è tutta una vita che ci combatto contro, le etichette.
E allora mettiamo assieme le mie passioni, quello che mi più piace: viaggiare, cucinare, fare castelli in aria (o tirare pipponi, a seconda di come uno lo interpreti), raccontare.
Vivere per raccontarla, diceva (o meglio, scriveva) quel grand'uomo di Gabriel Garcia Marquez.
Ed è quello che voglio fare, raccontare. Per chi mi vuole stare a sentire, per chi si trova a passare di qua.
Enjoy.


Yes, I have done it.
I have finally opened my blog.
After countless yes I'll do, no I won't, but maybe yes, well after all no, perhaps...finally, here I am.
I have always loved writing, and I always wanted to tell stories. But my inspiration seemed to be sleeping in a cozy corner of my mind, under a warm and soft blanket. Now she is awake, and has gently come out of her corner to knock on my door.
I don't know how to call my baby. I don't want to tag her, it's a lifetime that I fight against tagging.
So I thought I will put together my loves and passions, the things I enjoy the most: travelling, cooking, daydreaming, telling stories.
Vivir para cuentarla, used to say that great man of Gabriel Garcia Marquez.
And this is exactly what I want to do, I want to tell stories. To those would like to listen to me, to those who are simply passing by.
Enjoy.

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